Baubo la dea panciuta

 

baubo la dea panciuta Demetra, la dea madre della terra, aveva una bellissima figlia di nome Persefone, che un giorno giocava all’aperto. Persefone vide ad un tratto un fiore particolarmente bello e allungò le mani per coglierlo. D’improvviso la terra si mise a tremare e si aprì una profonda voragine. Dalle profondità della terra emerse Ade, il dio degli Inferi. Alto e possente, stava ritto su un carro nero tirato da quattro cavalli del colore dei fantasmi.

Ade rapì Persefone sul suo carro e lanciò i cavalli nelle profondità della terra. Le urla di Persefone si fecero sempre più flebili a mano a mano che si richiudeva la voragine della terra, come se nulla fosse mai accaduto. Sulla terra regnò il silenzio e si diffuse il profumo dei fiori calpestati. E la voce della fanciulla risuonò attraverso le pietre delle montagne, gorgogliò tra le onde del mare. Demetra udì le pietre urlare. Udì le acque urlare. Strappandosi il serto dalla chioma immortale, spogliandosi degli scuri veli, prese a volare sulla terra come un grande uccello, alla ricerca di sua figlia, chiamandola a gran voce. Continua a leggere

I tre capelli d’oro

i tre capelli d oroUna volta, una notte nera e profonda, una di quelle notti in cui la terra è nera e gli alberi paiono mani rugose e il cielo è di un blu profondo, un vecchio attraversava barcollando un bosco, mezzo accecato dai rami degli alberi che gli graffiavano la faccia. In una mano teneva una piccola lanterna. La candela nella lanterna mandava una luce sempre più fioca. L’uomo aveva lunghi capelli gialli, denti gialli e unghie ricurve e gialle. Era tutto curvo, e la schiena era arrotolata come un sacco di farina. Era tanto segnato dalle rughe che la pelle pendeva a pieghe e falde dal mento, dalle ascelle e dalle anche.

Si afferrava a un albero e poi avanzava un poco, poi si afferrava a un altro albero e riprendeva il cammino, e così andava avanti nel bosco. Tutte le ossa dei piedi gli dolevano e bruciavano come fuoco. I gufi sugli alberi stridevano insieme alle sue giunture mentre si spingeva avanti nell’oscurità. Continua a leggere

La piccola fiammiferaia

la piccola fiammiferaia

La piccola fiammiferaia

C’era una volta una bambina che non aveva né padre né madre e viveva nel bosco oscuro. Un villaggio sorgeva al limitare del bosco, e lei aveva imparato che là poteva comprare fiammiferi per mezzo penny e poteva rivenderli per la strada a un penny intero. Se ne vendeva abbastanza, riusciva a comprarsi un pezzetto di pane raffermo; tornava allora al suo povero rifugio nel bosco e dormiva tenendosi addosso tutti gli abiti che possedeva.

Arrivò l’inverno, e faceva molto freddo. Non possedeva scarpe, e il cappotto era talmente liso da essere trasparente. Aveva i piedi blu, con le dita tutte bianche; altrettanto bianche erano le dita delle mani e la punta del naso. Vagava per le strade e pregava i passanti di comprarle qualche fiammifero, ma nessuno si fermava e nessuno si curava di lei.Così una sera si mise a sedere e disse tra sé: “Ho dei fiammiferi. Posso accendere un fuoco e scaldarmi”. Ma non aveva legnetti né ciocchi. Decise comunque di accendere i fiammiferi. E così, seduta con le gambe tese, strofinò il primo fiammifero. E subito parve che freddo e neve fossero svaniti come per incanto. Invece dei fiocchi di neve volteggianti nell’aria,vide una bella stanza con una stufa di ceramica verde scuro, con lo sportello di ferro ornato di volute.

La stufa emanava tanto calore da far ondeggiare l’aria. Si rannicchiò vicino alla stufa e le parve di essere in paradiso. Ma d’improvviso la stufa svanì e lei si ritrovò seduta nella neve, tutta tremante, e per il freddo batteva i denti. E allora strofinò il secondo fiammifero e la luce cadde sul muro della casa accanto e potè improvvisamente vedere dentro. Nella stanza c’era una tovaglia candida come la neve che ricopriva una tavola, e sulla tavola c’erano stoviglie di porcellana del bianco più puro, e su un grande piatto c’era un’anatra appena sfornata, e proprio mentre stava per mettersi a mangiare la visione svanì

Era di nuovo nella neve. Ma ora le ginocchia e i fianchi non le dolevano più. Ora il freddo pungeva e bruciava lungo le braccia e nel petto, sicchè accese il terzo fiammifero. E nella luce del fiammifero vide uno splendido albero di natale, mirabilmente decorato con candeline bianche ornate di pizzo alla base, e belle palle di vetro, e migliaia e migliaia di puntini luminosi che non riusciva a capire che cosa fossero. E sollevò lo sguardo sull’albero enorme, e quello si sollevava sempre più in alto, finchè divenne le stelle del cielo sulla sua testa, e una stella attraversò sfavillando il cielo, e lei ricordò che la mamma le aveva detto che quando un’anima muore, cade una stella. Continua a leggere

La llorona

 

La llorona

Un ricco hidalgo corteggia una donna bella ma povera e ne conquista l’amore. Gli dà due figli, ma lui non si degna di prenderla in moglie. Un giorno annuncia che sta per tornare in Spagna, dove sposerà una donna ricca scelta dalla famiglia, e porterà con sé i figli.

La giovane impazzisce e agisce proprio come tutte le pazze urlanti di ogni tempo. Gli graffia la faccia, si graffia la faccia, gli strappa i capelli, si strappa i capelli. Prende i due figlioletti e corre al fiume e li butta nell’acqua. I bambini affogano e la Llorona cade sulla riva nel dolore e nel lutto, e muore.

L’hidalgo torna in Spagna e sposa la donna ricca. L’anima della Llorona sale al cielo. Là il custode del cancello le dice che può entrare perché ha sofferto, ma prima deve recuperare dal fiume le anime dei figli.Ecco perché oggi si dice che la Llorona spazza le rive coi lunghi capelli, infila nell’acqua le lunghe dita e draga il fondo. E per questo i bambini non devono avvicinarsi al fiume di notte, perché lei può scambiarli per i propri figli e portarli via per sempre. Continua a leggere

Pelle di foca

pelle di focaPelle di foca
In un tempo lontano lontano, perduto per sempre, che mai tornerà, i giorni sono di neve bianca, e in lontananza i minuscoli granelli sono persone o cani oppure orsi. Qui nulla fiorisce spontaneamente. I venti soffiano tanto forti che tutti devono di necessità indossare giacche a vento, stivali e berretti. Qui, all’aperto le parole si congelano, e intere frasi devono essere rotte sulle labbra di chi parla e disgelate accanto al fuoco, per vedere che cosa è stato detto. Qui la gente vive nella bianca ed abbondante capigliatura della vecchia Annaluk, la vecchia nonna, la vecchia maga che è la Terra stessa. E in questa terra viveva un uomo, un uomo così solo che negli anni le lacrime avevano scavato abissi sulle sue guance.

Cercava di sorridere e di stare contento. Andava a caccia, dormiva beneMa desiderava tanto una compagna umana. Talvolta, quando si avvicinava al suo kajak una foca, rammentava le antiche storie sulle foche ch’erano un tempo esseri umani, e a ricordare quel tempo restavano gli occhi, capaci di sguardi saggi, e amorosi, e selvaggi…

E allora talvolta sentiva così dolorosamente la sua solitudine che le lacrime scendevano lungo i crepacci del volto.Una volta cacciò fino a notte fonda senza trovare nulla. Mentre la luna si levava alta nel cielo e il ghiaccio brillava, raggiunse un grande scoglio sul mare, e su quell’antico scoglio apparve un movimento di grazia eccelsa. Remò lentamente e silenziosamente per avvicinarsi, ed ecco che sullo scoglio possente danzavano delle donne, nude come il giorno in cui le loro madri le avevano partorite. Rimase a guardare. Le donne parevano essere fatte di latte di luna, con la pelle punteggiata d’argento come i salmoni a primavera, e piedi e mani sottili e leggiadri.

Tanto erano belle che l’uomo rimase sbalordito, mentre le onde leggere lo trasportavano sempre più vicino allo scoglio. Sentiva ora le magnifiche risa delle donne, quanto meno pareva ridessero, o era forse l’acqua intorno allo scoglio che rideva? L’uomo era confuso perché era abbagliato. La solitudine che gli era pesata sul petto come una pelle intrisa d’acqua era in qualche modo svanita, e senza riflettere, quasi così dovesse essere, saltò sullo scoglio e rubò una delle pelli di foca che vi giacevano. Si nascose dietro uno spuntone e infilo una pelle di foca nel suo qutmguk, la giacca di pelliccia. Ecco che subito una donna chiama con la voce più bella che mai avesse udito…come quella delle balene all’alba…o quella dei lupacchiotti che ruzzolano a primavera. Che cosa andavano ora facendo le donne? Continua a leggere