comandanta ramona

titolo originale immagine: Comandanta Ramona
83655677_a3d99d38d0.jpg

La comandanta Ramona era una donna indigena tzotzil e comandante dell’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale del Chiapas, Mexico.

È stata una delle più attive rappresentanti del EZLN durante i primi anni di vita pubblica del movimento.
Nel 1993, la comandanta Ramona e la maggiore Ana Marìa consultarono ampliamente le comunità indigene zapatiste (allora clandestine) riguardo allo sfruttamento delle donne, e in seguito redassero la Legge Rivoluzionaria delle Donne, che fu approvata l’8 marzo dello stesso anno.

Durante il sollevamento zapatista fu incaricata di dirigere dal punto di vista strategico la presa di San Cristòbal de las Casas il 1 gennaio del 1994. Partecipò agli Accordi di San Andrès e fu la prima portavoce zapatista ad arrivare a Città del Messico nel 1996.

LEGGE RIVOLUZIONARIA DELLE DONNE:
Primo – Le donne, senza che importino razza, credo o filiazione politica, hanno diritto a partecipare nella lotta rivoluzionaria col posto ed il grado che la loro volontà e capacità determinino.
Secondo – Le donne hanno diritto a lavorare ed a percepire un salario giusto.
Terzo – Le donne hanno diritto a decidere il numero dei figli che possono avere e curare.
Quarto – Le donne hanno diritto a partecipare nelle questioni della comunità e di occupare degli incarichi se sono elette liberamente ed democráticamente.
Quinto – Le donne ed i loro figli hanno diritto ad una attenzione speciale per quanto riguarda la loro salute e l’alimentazione.
Sesto – Le donne hanno diritto all’educazione.
Settimo – Le donne hanno diritto a scegliere la propria coppia ed a non essere obbligate con la forza a contrarre matrimonio.
Ottavo – Nessuna donna potrà essere picchiata o maltrattata fisicamente né dai familiari né da estranei. I reati di tentata violenza saranno puniti severamente.
Nono – Le donne potranno occupare posti direttivi nell’organizzazione ed avere gradi militari nelle forze armate rivoluzionarie.
Decimo – Le donne godranno di tutti i diritti e i doveri che sono scritti nelle leggi e nei regolamenti rivoluzionari.

Immagine aspirata a Flickr con Dnnl AspiraMedia
le immagini sono proprieta’ dei relativi autori.

Mary Harris Jones (mama jones)

titolo originale immagine: Mary Harris Jones aka Mother Jones 1920
2845196110_aa87703eb7.jpg

Mother Jones, soprannome dell’irlandese Mary Harris Jones, ebbe una vita lunghissima, consacrata, a partire dalla mezza età fino ai novant’anni, alle lotte del proletariato e al sostegno dell’ideologia socialista.
Nel 1867, quando le morirono sia il marito che i quattro figli per un’epidemia di febbre gialla si trasferì a Chicago, aprendo con una socia una sartoria. Lavorando per la ricca clientela di Chicago, poté notare «il lusso e la stravaganza della loro vita. Spesso cucendo nelle case dei signori e baroni che vivevano nella magnificenza della Lake Shore Drive, potevo vedere dai vetri delle loro finestre i poveri, disoccupati e affamati, camminare rabbrividendo dal freddo sul lungolago congelato. Il contrasto della loro condizione con le comodità godute della gente per la quale cucivo, mi era molto doloroso».
Negli Stati Uniti era l’epoca, immediatamente successiva alla fine della Guerra civile, della formazione dei grandi complessi industriali a carattere monopolistico di fronte ai quali s’inchinava anche il potere politico: «Di pari passo con la crescita delle fabbriche e l’espansione delle ferrovie, con l’accumulazione del capitale e la crescita delle banche, venne la legislazione contro i lavoratori. Vennero gli scioperi. Venne la violenza. Venne la convinzione nei cuori e nelle menti dei lavoratori che le leggi sono fatte a favore degli industriali»
Dal 1880 in poi la Jones si dedicò completamente alla lotta sindacale. La grande immigrazione dall’Europa aveva creato nelle maggiori città americane affollate baraccopoli dove, in mancanza di una legislazione sociale, i datori di lavoro offrivano bassi salari in cambio di un lungo impiego dalla forza lavoro degli emigrati, che erano costretti ad accettare per sopravvivere: in questo modo anche i lavoratori americani vedevano diminuire le loro retribuzioni. Proteste, scioperi, richieste della giornata lavorativa di otto ore erano represse dalla polizia, mentre il «Chicago Tribune», l’organo degli industriali, consigliava ironicamente di avvelenare, come fossero parassiti, i disoccupati che si trascinavano nelle periferie industriali.
Mamma Jones organizzò scioperi e manifestazioni di operaie e di figli di lavoratori in lotta nelle più diverse località degli Stati Uniti: nel 1902 il procuratore della Virginia la fece arrestare con l’accusa di organizzazione di pubbliche riunioni di minatori in sciopero, qualificandola come «la donna più pericolosa d’America».
Partecipò nel 1905 alla fondazione dell’Industrial Workers of the World e aderì al Partito Socialista d’America. Proprio gli IWW, o wobblies, segnarono l’identità di questa donna anticonformista, che la morale corrente avrebbe voluto condannata all’uncinetto o alla cura dei nipoti. Gli wobblies furono gli unici, nella loro epoca, a farsi carico di un proletariato precario, mobile, multirazziale, in continuo cambiamento. Il loro declino sopravvenne con la prima guerra mondiale. Ostili a una partecipazione americana al conflitto, e fedeli all’idea che un lavoratore non debba mai sparare su un altro lavoratore, divennero bersaglio di campagne d’odio sempre più veementi. I loro dirigenti, additati dalla stampa come alleati del nemico, furono imprigionati, linciati, condannati a morte o a lunghe detenzioni.

Mamma Jones vide tutto ciò in cui credeva fatto a pezzi, e il riaffacciarsi di forme schiavistiche di lavoro, sotto il pretesto dello “sforzo bellico” e della conseguente indispensabile “unità nazionale”.
Sfidò tutti gli stereotipi del suo tempo, dal ruolo della donna a quello, parallelo ma ancora più costrittivo, della donna anziana. Un giudice la chiamò “nonna” per irriderla e compatirla. Lei accolse l’appellativo con orgoglio: era “nonna”, sì, ma niente affatto pacificata.

Continuò a lottare e ad essere perseguita per tutta la vita dalla magistratura americana per «sedizione».

Immagine aspirata a Flickr con Dnnl AspiraMedia
le immagini sono proprieta’ dei relativi autori.

 

gulabi gang

titolo originale immagine: Blindboysorg Blog Post – Gulabi Gang
3707261938_cf92125341.jpg

Nell’India in cui le donne vengono massacrate in ogni modo possibile c’è chi ha smesso di aspettare gli “aiuti umanitari” e ha pensato bene di iniziare a difendersi con le bastonate. Si chiamano Pink Gang e sono numerose. Agiscono nello stato di Uttar Pradesh, nel nord dell’India. Hanno scelto il rosa come simbolo della loro lotta e possono contare tra di loro centinaia di militanti. Sono armate di lathi – bastoni tradizionali – che servono a picchiare gli uomini che sono stati violenti con le loro mogli e anche a pestare i poliziotti che hanno rifiutato di registrare denunciare lo stupro.

Immagine aspirata a Flickr con Dnnl AspiraMedia
le immagini sono proprieta’ dei relativi autori.

gulabi gang (pink gang)

titolo originale immagine: gulabi gang (pink gang)
3931895909_fc987b7a0f.jpg

Nell’India in cui le donne vengono massacrate in ogni modo possibile c’è chi ha smesso di aspettare gli “aiuti umanitari” e ha pensato bene di iniziare a difendersi con le bastonate.
Si chiamano Pink Gang e sono numerose. Agiscono nello stato di Uttar Pradesh, nel nord dell’India. Hanno scelto il rosa come simbolo della loro lotta e possono contare tra di loro centinaia di militanti.
Sono armate di lathi – bastoni tradizionali – che servono a picchiare gli uomini che sono stati violenti con le loro mogli e anche a pestare i poliziotti che hanno rifiutato di registrare denunciare lo stupro.

pink gang.jpg

Immagine aspirata a Flickr con Dnnl AspiraMedia
le immagini sono proprieta’ dei relativi autori.

Louise Michel

titolo originale immagine: Louise Michel and Lucy Parsons
1439079498_0c3a0a02f9.jpg

1830/1905
Nasce da una relazione tra una domestica e un castellano a Vroncourt, in Francia.
Quando il padre e la moglie di lui muoiono Louise ha 20 anni e viene allontanata da casa.
Studia da istitutrice, ma si rifiuta di dichiarare fedeltà all’impero e crea una scuola libera, dove insegna 3 anni. Si trasferisce poi a Parigi, dove collabora con giornali di opposizione e svolge una discreta attività letteraria.

Entra in contatto con diversi gruppi che si battono per i diritti delle donne, tra questi la Lega delle Donne, un gruppo che rivendica la stessa educazione e le stesso salario per uomini e donne .

Insegna in una scuola fondata da lei in una Parigi affamata, creando una mensa per i suoi allievi.
Fa parte della Comune di Parigi e sulle barricate di Clignancourt, nel gennaio del 1871, partecipa ad una battaglia di strada, durante la quale sparerà per la prima volta nella sua vita. Si consegna al nemico per far liberare la madre arrestata al suo posto. Assiste così alle esecuzioni e vede morire tutti i suoi amici. Trascorre venti mesi in carcere e durante il processo pronuncia queste parole:
“Non voglio difendermi e non voglio essere difesa, appartengo completamente alla rivoluzione sociale e mi dichiaro responsabile delle mie azioni[…..]Bisogna escludermi dalla società, siete stati incaricati di farlo, bene! L’accusa ha ragione. Sembra che ogni cuore che batte per la libertà abbia solo il diritto ad un pezzo di piombo, ebbene pretendo la mia parte!”

Viene condannata alla deportazione e imbarcata sulla Virginia per essere condotta in Nuova Caledonia, dove arriva dopo quattro mesi di traversata. A bordo fece la conoscenza di Henri , Rochefort, polemista e di Nathalie lemel, anche lei grande animatrice della Comune. E’ senza dubbio con la conoscenza di quest’ultima che Louise diviene anarchica.

Resta per dieci anni in Nuova Caledonia, rifiutando i benefici di un altro regime. Cerca di conoscere gli autoctoni kanaks e contrariamente a certi Comunardi che si associano per reprimerli, lei prende le loro difese durante la loro rivolta nel 1878. Fa amicizia con i Canachi, conosce Daoumi, che vuole “apprendere quello che sanno i bianchi” lei risponde di voler apprendere quello che sanno i Canachi. Ottiene, l’anno seguente, di installarsi a Nouméa e di riprendere il suo mestiere di insegnante, dapprima per i figli maschi dei deportati, poi nelle scuole delle bambine.

L’11 luglio 1880 arriva l’amnistia. Louise ritorna in Francia il 9 novembre e alla stazione di Saint Lazàre accolta da migliaia di persone. Qui continua la sua attività politica fino alla morte, avvenuta a Marsiglia per una congestione polmonare.

“Vogliamo che le donne imparino quali siano i loro diritti e quali i loro compiti, vogliamo che l’uomo non consideri la sua compagna come schiava ma come uguale a lui.”
“Non ho voluto essere razione di carne per l’uomo né dare schiavi ai Cesari”
“Ovunque l’uomo soffre nella società maledetta, ma nessun dolore è paragonabile a quello della donna.”

Immagine aspirata a Flickr con Dnnl AspiraMedia
le immagini sono proprieta’ dei relativi autori.