Pelle di foca

pelle di focaPelle di foca
In un tempo lontano lontano, perduto per sempre, che mai tornerà, i giorni sono di neve bianca, e in lontananza i minuscoli granelli sono persone o cani oppure orsi. Qui nulla fiorisce spontaneamente. I venti soffiano tanto forti che tutti devono di necessità indossare giacche a vento, stivali e berretti. Qui, all’aperto le parole si congelano, e intere frasi devono essere rotte sulle labbra di chi parla e disgelate accanto al fuoco, per vedere che cosa è stato detto. Qui la gente vive nella bianca ed abbondante capigliatura della vecchia Annaluk, la vecchia nonna, la vecchia maga che è la Terra stessa. E in questa terra viveva un uomo, un uomo così solo che negli anni le lacrime avevano scavato abissi sulle sue guance.

Cercava di sorridere e di stare contento. Andava a caccia, dormiva beneMa desiderava tanto una compagna umana. Talvolta, quando si avvicinava al suo kajak una foca, rammentava le antiche storie sulle foche ch’erano un tempo esseri umani, e a ricordare quel tempo restavano gli occhi, capaci di sguardi saggi, e amorosi, e selvaggi…

E allora talvolta sentiva così dolorosamente la sua solitudine che le lacrime scendevano lungo i crepacci del volto.Una volta cacciò fino a notte fonda senza trovare nulla. Mentre la luna si levava alta nel cielo e il ghiaccio brillava, raggiunse un grande scoglio sul mare, e su quell’antico scoglio apparve un movimento di grazia eccelsa. Remò lentamente e silenziosamente per avvicinarsi, ed ecco che sullo scoglio possente danzavano delle donne, nude come il giorno in cui le loro madri le avevano partorite. Rimase a guardare. Le donne parevano essere fatte di latte di luna, con la pelle punteggiata d’argento come i salmoni a primavera, e piedi e mani sottili e leggiadri.

Tanto erano belle che l’uomo rimase sbalordito, mentre le onde leggere lo trasportavano sempre più vicino allo scoglio. Sentiva ora le magnifiche risa delle donne, quanto meno pareva ridessero, o era forse l’acqua intorno allo scoglio che rideva? L’uomo era confuso perché era abbagliato. La solitudine che gli era pesata sul petto come una pelle intrisa d’acqua era in qualche modo svanita, e senza riflettere, quasi così dovesse essere, saltò sullo scoglio e rubò una delle pelli di foca che vi giacevano. Si nascose dietro uno spuntone e infilo una pelle di foca nel suo qutmguk, la giacca di pelliccia. Ecco che subito una donna chiama con la voce più bella che mai avesse udito…come quella delle balene all’alba…o quella dei lupacchiotti che ruzzolano a primavera. Che cosa andavano ora facendo le donne? Continua a leggere

Scarpette rosse

scarpette rosse Scarpette rosse

C’era una volta una povera orfana che non aveva scarpe. La bimba conservava tutti gli stracci che riusciva a trovare finchè un bel giorno riuscì a confezionarsi un paio di scarpette rosse. Erano rozze, ma le piacevano. La facevano sentire ricca nonostante trascorresse, fino a sera inoltrata, le sue giornate a cercare cibo nei boschi.

Un giorno, mentre percorreva faticosamente una strada, vestita dei suoi stracci e con le scarpette rosse ai piedi, una carrozza dorata le si fermò accanto. La vecchia signora che la occupava le disse che l’avrebbe portata a casa con sé e l’avrebbe trattata come una sua figlioletta. Così andarono nella dimora della vecchia signora ricca, e là furono lavati e pettinati i capelli della bambina. Le furono dati biancheria fine, un bell’abito di lana e calze bianche e lucide scarpe nere. Quando la bambina chiese dei suoi vecchi abiti, e in particolare delle scarpette rosse, la vecchia le rispose che, sudici e ridicoli com’erano, li aveva gettati nel fuoco.

La bimba era molto triste perché quelle umili scarpette rosse che aveva fatto con le proprie mani le avevano dato la più grande felicità. Ora era costretta a stare sempre ferma e tranquilla, a parlare senza saltellare e soltanto se interrogata. Un fuoco segreto le si accese nel cuore e continuò a desiderare più di ogni altra cosa le sue vecchie scarpette rosse.

Poiché la bambina era abbastanza grande da ricevere la cresima, la vecchia signora la portò da un vecchio calzolaio zoppo, per acquistare una paio di scarpe speciali per l’occasione. In vetrina facevano bella mostra di sé un paio di scarpe rosse confezionate con la pelle più morbida che si possa trovare. La bimba, spinta dal suo cuore affamato, subito le scelse. La vecchia signora ci vedeva così male che non si accorse del colore e glie le comprò. Il vecchio calzolaio strizzò l’occhio alla piccola e gli incartò le scarpe.

Il giorno dopo, in chiesa, tutti rimasero sorpresi da quelle scarpe rosse che brillavano come mele lustrate, come cuori, come prugne ben lavate. Ma alla bimba piacevano sempre di più. In giornata la vecchia signora venne a sapere delle scarpette rosse della sua pupilla. “Non mettere mai più quelle scarpe” le ordinò minacciosa. Ma la domenica dopo la bambina non potè fare a meno di mettersi le scarpette rosse, e poi si avviò alla chiesa con la vecchia signora. Sulla porta della chiesa c’era un vecchio soldato con il braccio al collo. S’inchinò, chiese il permesso di spolverare le scarpe e toccò le suole cantando una canzoncina che le fece venire il solletico ai piedi. “Ricordati di restare per il ballo” e le strizzò l’occhio.

Anche questa volta tutti guardarono con sospetto le scarpette rosse della bambina. Ma a lei piacevano tanto quelle scarpe lucenti, rosse come lamponi, come melagrane, che non riusciva a pensare ad altro. Era tutta intenta a girare e rigirare i piedini, tanto che si dimenticò di cantare. Quando uscirono dalla chiesa, il vecchio soldato esclamò: “Che belle scarpette da ballo!”. A quelle parole la bambina prese a piroettare e non riuscì più a fermarsi, tanto che parve avesse perduto completamente il controllo di sé. Danzò una gavotta e poi una csarda e poi un valzer, volteggiando attraverso i campi. Il cocchiere della vecchia signora si lanciò all’inseguimento della bambina, la prese e la riportò nella carrozza, ma i piedini che indossavano le scarpette rosse continuavano a piroettare nell’aria. Quando riuscirono a togliergliele, finalmente i piedi della bambina si quietarono. Continua a leggere

Il brutto anatroccolo

il brutto anatroccolo

IL BRUTTO ANATROCCOLO (fiaba magiari)

Ci si avvicinava alla stagione del raccolto. Le vecchie facevano bambole verdi con le foglie di frumento. I vecchi riparavano le coperture. Le ragazze ricamavano fiori rosso sangue sugli abiti bianchi. I ragazzi cantavano mentre rivoltavano il fieno dorato. Le donne tessevano ruvide camicie per l’inverno in arrivo. Gli uomini erano occupati a raccogliere i frutti che i campi avevano donato e a zappare. Il vento cominciava a far cadere le foglie, ogni giorno di più. E giù al fiume c’era una mamma anitra che nel suo nido covava le uova.

Tutto procedeva nel migliore dei modi per mamma anitra, e alla fine una dopo l’altra le uova presero a tremare e a vacillare finchè i gusci si schiusero, e ne uscirono barcollando i piccoli anatroccoli. Ma restava un grosso uovo, lì immobile come una pietra.Arrivò una vecchia anitra, e mamma anitra le mostrò i suoi piccoli. “Non sono graziosi?”. Ma l’uovo non ancora dischiuso attrasse l’attenzione della vecchia anitra, che cercò di dissuadere mamma anitra dal continuare la cova.

“E’ un uovo di tacchino” esclamò la vecchia anitra. Ma mamma anitra pensò che aveva già covato tanto e non le sarebbe costato niente continuare ancora un po’. Alla fine il grosso uovo prese a tremare e a rotolare. Si schiuse e ne spuntò una grossa creatura sgraziata. Aveva la pelle tutta segnata da sinuose vene rosse e blu, i piedi erano di un porpora chiaro e gli occhi di un rosa trasparente. Mamma anitra lo osservò attentamente. Non potè trattenersi: lo definì proprio brutto. “Forse è davvero un tacchino” pensò preoccupata. Ma quando il brutto anatroccolo entrò in acqua con gli altri piccoli, vide che nuotava benissimo. “Sì è proprio mio, anche se ha un aspetto strano. Alla luce giusta…è quasi carino”.

Così lo presentò alle altre creature della fattoria, ma un’altra anatra beccò il brutto anatroccolo sul collo. Mamma anatra riassettò le piume del brutto anatroccolo leccandogliele tutte per bene. Gli altri fecero di tutto per tormentarlo. Lo attaccarono, lo morsero, lo beccarono gli gridarono contro. E di giorno e di notte aumentavano i tormenti. Lui si nascondeva, si scansava, camminava zigzagando, ma non sfuggiva. Era al massimo dell’infelicità.

Inizialmente la madre lo difese, ma poi anche lei si stancò della situazione ed esclamo disperata “Desidero soltanto che tu te ne vada”. E così il brutto anatroccolo fuggì. Corse e corse finche non giunse a una palude. Là giacque sul bordo, con il collo allungato, bevendo di tanto in tanto un po’ d’acqua. Di tra i giunchi lo osservavano due paperi. Erano giovani e pieni di sé.”Tu, brutto coso, non puoi mica venire con noi, ci sono un branco di giovani oche che aspettano solo di essere scelte”. D’improvviso risuonarono dei colpi e i paperi caddero con un tonfo e l’acqua della palude divenne rosso sangue. Il brutto anatroccolo si mise al riparo.

Finalmente sulla palude tornò la quiete e l’anatroccolo volò il più lontano possibile. Al crepuscolo raggiunse una povera capanna, con più crepe che mura. Là viveva una vecchia cenciosa con il suo gatto spettinato e la gallina strabica. La vecchia fu felice di aver trovato un’anatra. Forse farà le uova, pensò, oppure possiamo sempre mangiarla. Così l’anatroccolo restò ma il gatto e la gallina lo tormentavano sempre. Alla fine fu chiaro che lì l’anatroccolo non avrebbe trovato pace e quindi se ne andò per vedere se trovava qualcosa di meglio lungo la via.

Arrivò a uno stagno e mentre nuotava sentì che l’acqua diventava più fredda. Su di lui volò uno stormo di creature, le più belle che avesse mai visto, gli lanciarono delle grida e a sentirle il cuore gli battè forte e si spezzò. Lanciò un urlo che mai gli era uscito dalla gola. Non aveva mai visto creature tanto belle e non si era mai sentito così infelice. Si girò e rigirò nell’acqua per osservarle mentre volavano, fino a sparire. Era fuori di sé perché provava un amore disperato per quei grandi uccelli bianchi, un amore che non riusciva a comprendere.

D’improvviso prese a soffiare sempre più forte un gran vento gelido per giorni e giorni, e cominciò a cadere la neve. I vecchi rompevano il ghiaccio nei secchi del latte, le vecchie filavano fino a tarda notte. Le madri nutrivano fino a tre bocche a lume di candela, e gli uomini andavano a cercare le pecore sotto il cielo bianco di mezzanotte. I giovani si immergevano fino al petto nella neve per mungere, e le ragazze immaginavano di vedere i volti dei bei giovanotti nelle fiamme del fuoco mentre cucinavano. E giù allo stagno l’anatroccolo doveva nuotare sempre più velocemente in tondo per conservarsi un posto nel ghiaccio.

Una mattina l’anatroccolo si ritrovò congelato e stretto nel ghiaccio e fu allora che sentì che sarebbe morto. Fortunatamente passò di lì un fattore e liberò l’anatroccolo spezzando il ghiaccio con il suo bastone, lo sollevò, se lo mise sotto il cappotto e si avviò a casa. Alla fattoria i bambini si avvicinarono ma lui aveva paura. Volò sulle travi, facendo cadere tutta la polvere sul burro, da lassù si tuffò dritto nel secchio del latte e poi cadde nel barile della farina. La moglie del fattore prese ad inseguirlo con la scopa, mentre i bambini urlavano e ridevano. L’anatroccolo volò via dalla porticina del gatto e giacque sulla neve mezzo morto. Poi si trascino fino a un altro stagno, poi a un’altra casa e così passò tutto l’inverno, tra la vita e la morte.

Tornò il soffio gentile di primavera, e le vecchie si misero a scuotere i piumini, e i vecchi riposero i lunghi camicioni. Nuovi bambini arrivarono di notte, mentre i padri misuravano a grandi passi il cortile, sotto il cielo stellato. Di giorno le ragazze si ornavano di asfodeli i capelli e i giovani guardavano le caviglie delle ragazze. E nello stagno l’acqua divenne più tiepida e l’anatroccolo distese le ali.

Com’erano grandi e forti le sue ali. Lo sollevavano in alto. Sullo stagno nuotavano tre cigni, le stesse creature bellissime che aveva visto in autunno. Provò l’impulso di raggiungerli. Discese lentamente nello stagno e intanto il cuore gli batteva forte. Non appena lo scorsero i cigni presero a nuotare verso di lui. Sicuramente la mia fine è vicina, pensò l’anatroccolo. E piegò la testa in attesa dei colpi. Ma ecco che riflesso nello stagno vide un cigno in perfetta tenuta: piumaggio bianco come la neve, occhi color prugna, e tutto il resto. All’inizio non si riconobbe, perché era esattamente come quei bellissimi estranei. Era uno di loro. Per caso il suo uovo era finito in una famiglia di anatre. Lui era un cigno, un glorioso cigno. E per la prima volta i suoi simili gli si avvicinarono e lo sfiorarono con gentilezza e affetto.

il brutto anatroccolo

Quella dell’esiliato è una figura primordiale. L’anatroccolo è il simbolo della natura selvaggia che, compressa in situazioni povere di nutrimento, istintivamente lotta per liberarsi, qualsiasi cosa succeda. Quando la particolare sorta di spiritualità di un individuo è circondata dal riconoscimento psichico e dall’accettazione, la persona sente come mai prima la vita e il potere.

L’esilio del piccolo diverso. L’anatroccolo non è brutto, semplicemente non è come gli altri. Lui ha il cuore spezzato perché i suoi lo rifiutano. Le bambine dalla forte natura istintiva spesso soffrono molto nei primi anni di vita. Sono tenute prigioniere, addomesticate, accusate di essere disadattate. Allora l’io fondamentale della psiche è ferito, la bambina comincia a credere di essere debole, brutta, inaccettabile, e che tutto ciò sarà sempre vero.

I problemi della donna selvaggia esiliata sono duplici: interiori e personali, ed esteriori e culturali.

I vari tipi di madre. Le donne adulte hanno ricevuto in eredità dalla madre vera una madre interiore. Resta un duplicato materno nella psiche che agisce e reagisce come nella prima infanzia:

LA MADRE AMBIVALENTE: nella storia mamma anitra è costretta a distaccarsi dai suoi istinti. Si piega ai desideri della comunità invece di allinearsi con il figlio. Per paura di essere escluse dalla comunità spesso le donne cercano di forgiare la figlia in modo che si comporti “come si deve”. Quando una donna ha questa madre ambivalente nella psiche può trovarsi a cedere tropo facilmente.

LA MADRE ACCASCIATA: alla fine mamma anitra crolla. Ciò significa che ha perduto il senso di sé. Il modo più comune per portare una madre al crollo è costringerla a scegliere tra l’amore per il figlio e la paura che la comunità farà del male a sé e al figlio se non si conformerà alle regole. Quando nella sua psiche e/o cultura la donna ha una madre che crolla, dubita del suo valore.

LA MADRE-BAMBINA O ORFANA DI MADRE: mamma anitra si dimostra molto ingenua e semplice. E’ una madre fragile, psichicamente molto giovane o molto ingenua. La donna che ha nella psiche la struttura della madre bambina soffrirà di ingenui presentimenti, di immaturità, di una capacità istintuale indebolita di immaginare cosa accadrà dopo.

LA MADRE FORTE, LA FIGLIA FORTE: il rimedio consiste nella capacità di fare da madre alla propria giovane madre interiore, rivolgendosi alle donne vere del mondo esterno più vecchie e sagge. Le relazioni tra donne sono importantissime. Invece di svincolarci dalla madre, dobbiamo cercare la madre selvaggia.

La cattiva compagnia. L’istinto ad errare fino a trovare ciò di cui si ha bisogno è intatto. Ma spesso si bussa alle porte sbagliate. Questa è la risposta “ricerca dell’amore nei posti sbagliati” all’esilio. Quando una donna assume un comportamento ripetitivo coatto, insistendo in un comportamento che genera consunzione invece che vitalità, per lenire il suo esilio, in realtà accresce i danni perché la ferita non viene curata e rischia di riaprirsi, sempre più profonda. Per cominciare a guarire dite la verità sulla vostra ferita. Adottate la medicina giusta, la riconoscerete perché rende la vita più forte, e non più debole.

L’inadeguatezza. Una donna può apparire adeguata, ma non essere capace di agire nel modo giusto. All’inizio l’anatroccolo non riesce a fare le cose giuste. Ma è perché è andato nel posto sbagliato per la cosa sbagliata.

Sentimento congelato, creatività congelata. Le donne affrontano l’esilio in altri modi. Per esempio si congelano. La freddezza è il bacio della morte per la creatività, i rapporti, la vita stessa. Non è una conquista, ma un atto di collera difensiva. Il ghiaccio dev’essere rotto e l’anima tolta dal gelo. Fate come l’anatroccolo: andate avanti, datevi da fare. In linea di massima ciò che si muove non si congela. Smettetela di piagnucolare e muovetevi, non smettete di muovervi.

L’estraneo di passaggio. La persona che può estrarci dal ghiaccio, che può liberarci dalla mancanza di sentimenti, non è necessariamente quella cui apparteniamo. E’ quell’attimo in cui lo spirito, in un modo o nell’altro, ci nutre, ci sospinge, ci mostra il passaggio segreto, la via di fuga.

L’esilio come grazia. Se avete tentato di adattarvi a uno stampo e non ci siete riuscite probabilmente avete avuto fortuna. Vi siete protette l’anima. E’ peggio restare nel luogo a cui non si appartiene che vagare sperduti. Non è mai un errore cercare l’affinità di cui si ha bisogno.

I gatti arruffati e le galline strabiche. Essi trovano stupide e insensate le aspirazioni dell’anatroccolo. Si tratta solo di una fondamentale incompatibilità con le persone dissimili, che non è una colpa. Se una donna è un brutto anatroccolo, se è orfana di madre, i suoi istinti non sono affinati. Apprende provando e sbagliando. Ma c’è speranza perché l’esiliata non rinuncia mai. Insiste finchè non trova la guida, il profumo, la traccia, la casa.

Memoria e continuità. Tutte noi abbiamo nostalgia per la nostra natura selvaggia. E’ questa nostalgia che ci induce a resistere, ad andare avanti, sorrette dalla speranza. E’ la promessa che la psiche selvaggia fa a tutte noi. La memoria del mondo selvaggio è un faro che ci guida.

Amore per l’anima. Non cedete. Troverete la vostra strada. Fase del ritorno a se stesse: l’accettazione della propria bellezza unica, cioè dell’anima selvaggia di cui siamo fatte. Accettare la propria individualità e anche la propria bellezza.

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C’è un obbligo morale ad esternare ed esprimere quanto si è appreso nella discesa o nell’ascesa all’Io selvaggio. i 4 rabbiniScarica quì sotto la versione per la stampa dei disegni del libro

La donna scheletro

donna scheletro

La donna scheletro

Aveva fatto qualcosa che suo padre aveva disapprovato, sebbene nessuno più rammentasse cosa. Il padre l’aveva trascinata sulla scogliera e gettata in mare. I pesci ne mangiarono la carne e le strapparono gli occhi. Sul fondo del mare, il suo scheletro era voltato e rivoltato dalle correnti.

Un giorno arrivò in quella baia, dove un tempo andavano in tanti, un pescatore. L’amo del pescatore scese nell’acqua e si impigliò nelle costole della Donna Scheletro. Pensò il pescatore: “Ne ho preso uno proprio grosso!” Intanto pensava a quanta gente quel grosso pesce avrebbe potuto nutrire, a quanto sarebbe durato, per quanto tempo avrebbe potuto restarsene a casa tranquillo. E mentre stava cercando di tirare su quel gran peso attaccato all’amo, il mare prese a ribollire, perché colei che stava sotto stava cercando di liberarsi. Ma più lottava e più restava impigliata. Inesorabilmente veniva trascinata verso la superficie, con le costole agganciate all’amo.Il pescatore si era girato per raccogliere la rete e non vide la testa calva affiorare dalle onde, non vide le piccole creature di corallo che guardavano dalle orbite del teschio, non vide i crostacei sui vecchi denti d’avorio.

Quando si volse, l’intero corpo era salito in superficie e pendeva dalla punta del kayak.

“Ah!”, urlò l’uomo, e il cuore gli cadde fino alle ginocchia, gli occhi per il terrore si nascosero in fondo alla testa, e le orecchie diventarono rosso fuoco. La gettò giù dalla prua con il remo, e prese a remare come un demonio verso la riva. Non rendendosi conto che era aggrovigliata nella lenza, era sempre più terrorizzato perché essa pareva stare in piedi e seguirlo a riva. Per quanto andasse a zig zag restava lì dietro ritta in piedi e il suo respiro rovesciava sulle acque nuvole di vapore, e le braccia si lanciavano in acqua come per afferrarlo.

Alla fine l’uomo raggiunse il suo igloo, si lanciò nella galleria, e a quattro zampe penetrò all’interno. Ansimando e singhiozzando giacque nell’oscurità, con il cuore che batteva come un tamburo. Finalmente al sicuro.

Ma quando accese la lampada all’olio di balena, eccola, lei era lì, ed egli cadde sul pavimento di neve con un tallone sulla sua spalla, un piede sul suo gomito. Non seppe poi dire come fu, forse la luce del fuoco ne ammorbidiva i lineamenti, o forse perché era un uomo solo. Fatto sta che sentì nascere come un sentimento di tenerezza, e lentamente allungò le mani sudicie e prese a liberarla dalla lenza. “Ecco, ecco”, prima liberò le dita dei piedi, poi le caviglie. E continuò nella notte, e la coprì di pellicce per tenerla al caldo. Cercò la pietra focaia e accese il fuoco. Lei non diceva una parola – non osava – perché altrimenti quel cacciatore l’avrebbe presa e gettata agli scogli.

All’uomo venne sonno, scivolò sotto le pelli e cominciò ben presto a sognare. Talvolta, durante il sonno, una lacrima scivola giù dall’occhio di chi sogna, quando c’è un sogno di tristezza o di struggimento. E questo accadde all’uomo. La Dona Scheletro vide la lacrima brillare nella luce del fuoco, e d’improvviso sentì un’immensa sete. Si trascinò accanto all’uomo addormentato e posò la bocca su quella lacrima. Quell’unica lacrima era come un fiume, e lei bevve e bevve finchè la sua sete di anni non fu placata.

Frugò nell’uomo addormentato e gli prese il cuore, il tamburo possente. Si mise a sedere e si mise a picchiare sui due lati del cuore. Mentre suonava si mise a cantare: “Carne, carne, carne!”. E più cantava più si ricopriva di carne. Cantò per i capelli e per buoni occhi e per mani piene. Cantò la linea tra le gambe, e il seno, abbastanza grande da trovarvi calore, e tutte le cose di cui una donna ha bisogno. E poi cantò i vestiti, che si togliessero dal dormiente, e scivolò nel letto con lui, pelle a pelle. Rimise il suo cuore nel suo corpo, e così si risvegliarono stretti uno nelle braccia dell’altra, aggrovigliati dalla loro notte, in un altro mondo, bello e duraturo.

donna scheletro

Se L’incapacità di affrontare e sbrogliare la donna scheletro fa sì che molte relazioni falliscano. Per amare bisogna essere non solo forti, ma anche saggi. La forza viene dallo spirito. La saggezza viene dalla Donna Scheletro. La Donna Scheletro dimostra che vivere insieme accrescimenti e decrescimenti, conclusioni e inizi, crea un amore impareggiabile fatto di devozione.

Il ritrovamento accidentale del tesoro.
In questo racconto il pescatore trova molto più di quello che si sarebbe aspettato. Non si rende conto di sollevare il tesoro più allarmante che gli sarà dato di conoscere, più di quanto egli possa governare. Non sa di dover venire a patti, che tutti i suoi poteri saranno messi alla prova. E’ lo stato di tutti gli innamorati all’inizio: sono ciechi come pipistrelli.
Restare inerti e limitarsi a sognare l’amore perfetto è facile. E’ una sorta di anestesia dalla quale potremo non risvegliarci mai. E’ compito dell’anima riconoscere il tesoro in quanto tale, indipendentemente dalla sua forma insolita, e riflettere sul da farsi. Talvolta anche gli innamorati all’inizio di una relazione cercano soltanto un po’ di eccitazione, un pizzico di sedativo. Senza rendersene conto, entrano in una parte della psiche, propria o dell’altro, dove risiede la Donna Scheletro. Il pescatore pensa di cercare semplicemente di che nutrirsi, mentre in realtà fa risalire la natura femminile essenziale nella sua completezza, la natura Vita/Morte/Vita.
Una parte di ogni uomo e di ogni donna oppone resistenza al sapere che in tutte le relazioni amorose la Morte deve avere la sua parte. Fingiamo di poter amare senza che muoiano le nostre illusioni sull’amore, fingiamo di poter andare avanti senza che muoiano le nostre aspettative superficiali, fingiamo che le nostre ebrezze e i nostri impeti preferiti non moriranno mai. Ma in amore tutto, ma proprio tutto, viene accantonato e la persona dalla natura profonda e selvaggia è irrefutabilmente attirata dal compito. Che cosa muore? Muore l’illusione, muoiono le aspettative, la bramosia di avere tutto, il desiderio di prendere solo il bello, tutto questo muore.
Il pescatore della storia è lento nel rendersi conto della natura di quel che ha preso. E’ difficile rendersi conto di quel che si fa, quando si pesca nell’inconscio. Laggiù vive la natura Morte. Non appena scoprite con chi avete a che fare, il vostro primo impulso è gettarla via. Diventiamo come i padri che gettano le figlie in mare. le relazioni spesso vacillano quando passano dalla fase dell’anticipazione a quella in cui bisogna affrontare quello che in realtà è preso all’amo. Se gli amanti si ostinano in una vita di gaiezza forzata, di perpetue piacevolezze o in altre forme di intensità micidiale, se insistono con il lampo e il fulmine sessuale, o nella corrente del dilettevole senza conflitti, la natura Vita/Morte/Vita torna dalla scogliera da cui viene gettata in mare. Gli amanti che si ostinano a tenere tutto su una cima scintillante vivranno una relazione sempre più ossificata. Il desiderio di vivere l’amore nella sua forma positiva soltanto lo porta a un punto morto.
La sfida per il pescatore è affrontare Signora Morte, il suo abbraccio, i suoi cicli di vita e di morte. Senza di lei non può darsi una vera conoscenza della vita, e senza questa conoscenza non può darsi né amore vero né devozione. L’amore costa coraggio e resistenza a percorrere un lungo cammino.
Due persone iniziano la danza per vedere se va bene loro amarsi. La Donna Scheletro viene accidentalmente presa all’amo. Si iniziano a vedere le parti fragili e lese dell’altro, o la sua inadeguatezza come trofeo. Quando emerge la donna scheletro si offre una vera opportunità di mostrare coraggio e conoscere l’amore. Amare significa stare con. Significa emergere da un mondo di fantasia in un mondo in cui è possibile un amore faccia a faccia. Amore significa restare quando ogni cellula dice: “Scappa”.
Al primo confronto con la Donna Scheletro quasi tutti provano l’impulso di volare via come il vento. Anche la corsa rientra nel processo, ma la corsa non può durare a lungo, o per sempre.

La Caccia e il Nascondimento.
La natura Morte ha la strana abitudine di emergere nelle storie d’amore proprio quando pensiamo di aver vinto un amante, un “pesce grosso”. Ecco il perché di tanto correre e nascondersi. Ma non c’è nessun posto dove nascondersi. All’inizio, quando impariamo ad amare davvero, fraintendiamo molto. Pensiamo di essere inseguiti mentre in realtà è la nostra intenzione di metterci in relazione con un altro essere umano in modo speciale che aggancia la donna scheletro. Ovunque stia nascendo l’amore, sempre affiora la forza Vita / Morte / Vita. Sempre.
Paradossalmente, quando uno dei due innamorati tenta la fuga, la relazione è investita da più vita. E più si crea vita, più il pescatore è spaventato. E più corre, più si crea vita. La fase della corsa e del nascondimento è quella in cui gli amanti tentano di razionalizzare la loro paura dei cicli Vita/Morte/Vita. Dicono: “Può andare meglio con un altro”, oppure “Non voglio rinunciare a..”, o “non voglio cambiare la mia vita”, “affrontare le mie e le altrui ferite”, “non sono ancora pronta”; “non voglio essere trasformato”. Si cerca disperatamente un riparo e il cuore batte, non perché si ama e si è amati, ma per vigliacca paura. Essere intrappolati da signora Morte!
Abbiamo trovato un tesoro, e cerchiamo di fuggire. Ma alla fine tutti dobbiamo baciare la strega.
Lo stesso processo segue l’amore. Vogliamo soltanto la bellezza e non vogliamo affrontare il “brutto”. La donna scheletro ci insegue. E’ la grande maestra che avevamo detto di volere. “No, non questa maestra!”. Peccato: è la maestra che tocca a tutti.
Molti temono che quando le cose diventano spaventose e si ingarbugliano in una storia d’amore la fine è vicina, mentre non è così. L’idea di “prendersi dello spazio” è come l’igloo del pescatore, dove pensa di essere al sicuro. Cercare di prendere solo i lati piacevoli di una relazione d’amore non funziona mai. Gli amanti si sono preparati, si sono rafforzati, stanno cercando di mantenere in equilibrio le loro paure. E ora, proprio quando stanno per battere sul cuore come su un tamburo e cantare, uno grida: “non ancora”, oppure “No, mai e poi mai”.
Tutti quelli che non sono pronti, hanno bisogno di tempo, sono comprensibili, ma solo per un breve periodo. La verità è che mai nessuno è completamente pronto. Come sempre nella discesa nell’inconscio, viene un momento in cui semplicemente ci si tappa il naso e ci si butta nell’abisso. Per amare il piacere non ci vuole molto, per amare davvero ci vuole un eroe capace di governare la propria paura.

Sbrogliamento dello scheletro.
Se stiamo facendo l’amore, anche se siamo apprensivi o spaventati desideriamo liberare le ossa della natura Morte. Vogliamo toccare il non-bello dell’altro, e in noi medesimi. Che cos’è il non-bello? La nostra segreta fame di essere amati è il non-bello. La nostra negligenza quanto a lealtà e la nostra devozione sono poco attraenti, il nostro senso di separazione dall’anima è scialbo, i nostri bitorzoli psicologici, le inadeguatezze, gli equivoci e le fantasie infantili sono il non-bello. Sbrogliare la donna scheletro significa comprendere che l’amore non è tutto un luccichio di candeline. Significa trovare coraggio e non paura nell’oscurità della rigenerazione. Significa balsamo per le ferite. Cambiare i nostri modi di essere per riflettere la salute e non la povertà dell’anima.
La paura è una scusa modesta per non fare questo lavoro tutti abbiamo paura. Se sei vivo, hai paura. Tre cose differenziano il vivere con l’anima di contro al vivere solamente con l’io: la capacità di sentire e apprendere modi nuovi, la tenacia per percorrere una strada impervia, la pazienza di apprendere nel tempo l’amore profondo. Non è con l’io mutevole che amiamo l’altro, ma con l’anima selvaggia. Una selvaggia pazienza è necessaria per sbrogliare le ossa, per imparare il significato di signora Morte. Ci vuole un cuore desideroso di morire e rinascere, morire e rinascere.
La persona che ha sbrogliato la donna scheletro conosce la pazienza, sa meglio come aspettare. Non è traumatizzata né spaventata dalla magrezza, e neanche sopraffatta dal godimento. I suoi bisogni di “avere tutto subito” si trasformano nella capacità di trovare tutte le sfaccettature della relazione. Non teme di correlarsi con la bellezza della furia, la bellezza dell’ignoto, la bellezza del non-bello. Nell’apprendere e nell’elaborare tutto ciò diventa l’amante selvaggio per eccellenza.

Il sonno della fiducia.
In questa fase l’amante torna a uno stato di innocenza, in cui è ancora intimorito dagli elementi emotivi, uno stato di desideri, speranze e sogni. Il pescatore ha affrontato la donna scheletro, l’ha toccata. Questo lo porta a una trasformazione, all’amore. Qui il sonno simboleggia la creazione e il rinnovamento, la rinascita. L’innocenza è uno stato che si rinnova con il sonno, bello sarebbe portare con noi un’innocenza vigile e tenerla stretta per averne calore.
Il pescatore mostra tanta fiducia nella natura Vita/Morte/Vita da riposare e vivificarsi in sua presenza. Quando gli amanti giungono a questo stato, si arrendono alle forze che stanno dietro di loro, alle forze che hanno fiducia, fede e il profondo potere dell’innocenza. Dormono il sonno del saggio invece che del diffidente. C’è una cautela realistica e una ingiustificata, che deriva dall’essere stati feriti in passato. Coloro che temono di “essere presi in giro” o “intrappolati”, che proclamano a gran voce di voler “essere liberi”, sono quelli che si lasciano sfuggire l’oro dalle dita. Talvolta non ci sono parole per dare coraggio, talvolta bisogna semplicemente buttarsi. Dev’esserci un certo punto nella vita di un uomo in cui fiducioso va dove l’amore lo conduce. Quando una vita è troppo controllata, sempre più diminuisce la vita da controllare.
Nella psiche maschile c’è una creatura, un uomo non ferito, che crede nel bene, è saggio e non ha paura di morire. La fiducia non dipende dal fatto che sa che l’amante non lo ferirà. La sua è la fiducia che qualunque ferita riceva, essa potrà essere curata, che una vita nuova segue la vecchia. La fiducia consiste nel sapere che dopo una fine ci sarà un nuovo inizio. Talvolta più un uomo diventa libero e vicino alla donna scheletro, più la sua amante si spaventa e deve fare un suo lavoro sullo slegare e l’osservare. Perché l’amore fiorisca bisogna aver fiducia nel fatto che qualunque cosa accada, comunque apporterà una trasformazione.

Il dono della lacrima.
Le lacrime hanno un potere creativo. La lacrima che viene pianta è la lacrima della passione e della compassione mescolate insieme, per sé e per l’altro.
La lacrima di chi sogna scende quando un aspirante amante consente a se stesso di sentire e fasciare le sue ferite, piange perché sente la sua solitudine, l’acuta nostalgia per un luogo psichico, per una conoscenza selvaggia. Amare l’altro non basta, non basta “non essere d’impedimento”, o essere “di sostegno” o “presente”. La donna scheletro attende quella lacrima che dice: “ammetto la ferita”. Questo è l’inizio della conoscenza profonda dell’uomo. E’ un errore pensare che qualcuno possa essere il nostro curatore, il nostro eccitante, il nostro riempitivo: dobbiamo curare la ferita dentro di noi. Quando l’uomo versa la lacrima si impadronisce del suo dolore, e lo conosce quando lo tocca. Vede come la sua vita è stata vissuta in modo protetto a causa della ferita, e che cosa della vita ha perduto. Vede come ha azzoppato il suo amore per la vita, per se stesso, per l’altro. La lacrima del pescatore avvicina la donna scheletro. Il pescatore lascia che il suo cuore si spezzi: non che vada in frantumi, ma che si apra. E’ un amore che lo avvolge, ora nascerà in lui un cuore grande ed oceanico.

Un cuore per tamburo e un canto.
Il tamburo fatto con il cuore richiama gli spiriti interessati al cuore umano. Il centro psicologico e fisiologico è il cuore. E’ il cuore che ci fa amare come ama un bambino: appieno, senza riserve, senza sarcasmo, né dispregio o protezionismo
. Consentite alla donna scheletro di diventare più palpabile nella vostra vita e lei a sua volta la renderà più ampia. Quando un uomo dona tutto il suo cuore diventa una forza sorprendente: diventa un’ispiratrice. Quando la donna scheletro dorme con lui, egli diventa fertile, è investito di poteri femminili in un ambito maschile. Porta i semi di una nuova vita e delle morti necessarie.
La canzone, come il tamburo, crea una consapevolezza non ordinaria, uno stato di trance, di preghiera.

La danza del corpo e dell’anima.
Il simbolo della donna scheletro è un residuo del tempo in cui molto si sapeva della morte come portatrice di trasformazione spirituale. Nell’immaginario femminile la Donna Morte era intesa come la portatrice del destino, la fattrice, la fanciulla del raccolto, la madre, la ricreatrice, secondo i cicli.
L’amore nella sua forma più piena è un susseguirsi di morte e rinascita: il dolore viene cacciato e rispunta da un’altra parte, muore la passione e rinasce. Amare significa abbracciare e sopportare molte fini e molti inizi, il tutto nella stessa relazione.
Energia, sentimento, solitudine, desiderio, noia, tutto sorge e tramonta in cicli relativamente ravvicinati. Il desiderio della vicinanza e delle separazioni cresce e cala. La natura Vita/Morte/Vita ci insegna che la soluzione del malessere è sempre il contrario. Un’azione nuova è la cura per la noia, la vicinanza è la cura per la solitudine, la solitudine è la cura per la sensazione di essere bloccati.
Nella storia il pescatore era prima inconsapevole, poi è spaventato e in fuga. Infine riflette e comincia a sciogliere i suoi sentimenti e a trovare un modo per correlarsi alla donna scheletro. Poi la sua lacrima di sentimento la nutre e il suo cuore la crea. Così è riamato e impara ad amare.
La donna scheletro viene prima gettata ed esiliata, poi acchiappata da un individuo che la teme. Comincia a tornare alla vita, si trasforma in essere vivente. E’ amata e riama. Lei, la grande ruota della natura, e lui, l’essere umano, ora vivono in armonia insieme.
Vediamo nel racconto che il dono del corpo è uno degli ultimi delle fasi dell’amore, così come dev’essere. Non accettate l’amante che subito vuole il corpo, insistete perché tutte le fasi si sviluppino. Fare l’amore è rimescolare spirito e carne, spirito e materia. Per amare dobbiamo fare l’amore con la strega.
Come in questa storia dovrebbe svilupparsi la relazione amorosa: ogni partner dovrebbe trasformare l’altro. La forza e il potere di ognuno vengono liberati e spartiti. Chissà cosa cacceranno insieme.

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Manawee

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MANAWEE (storia afro-americana)

C’era una volta un uomo che corteggiava due sorelle gemelle. Ma il loro padre gli disse: “Non potrai averle in moglie finchè non ne indovinerai i nomi”. Manawee provava ma non riusciva ad indovinare i nomi delle due sorelle. Il padre delle giovani scuoteva il capo e ogni volta lo mandava via.

Un giorno Manawee portò con sé il suo cagnolino, il quale si avvide che una sorella era più graziosa e l’altra più dolce. Sebbene nessuna delle due possedesse tutte le virtù, al cagnolino piacevano moltissimo perché gli diedero delle leccornie e gli sorrisero guardandolo negli occhi.

Anche quel giorno Manawee non riuscì a indovinare i nomi delle giovani, e se ne tornò tristemente a casa. Ma il cagnolino tornò correndo alla capanna delle giovani. Poggiò l’orecchio contro un muro e udì le ragazze che dicevano tra di loro quanto era bello e virile Manawee. Intanto si chiamavano per nome, e il cagnolino udì e corse più velocemente possibile per riferire tutto al suo padrone.

Ma accanto al sentiero un leone aveva lasciato un grosso osso con un bel po’ di carne;

il cagnolino ne sentì immediatamente l’odore, e senza pensarci un attimo si gettò nella giusta direzione. Con enorme piacere divorò la carne e leccò l’osso finchè non ebbe alcun odore. Oh! Il cagnolino d’improvviso si ricordò della missione incompiuta, ma purtroppo nel frattempo aveva dimenticato i nomi delle giovani.

Di nuovo corse alla capanna, e questa volta era notte e le giovani si ungevano l’un l’altra braccia e gambe, preparandosi forse a una cerimonia. Di nuovo il cagnolino le udì chiamarsi per nome. Fece un salto per la felicità e riprese la corsa verso la capanna di Manawee, ma dai cespugli venne un odore di noce moscata. Non c’era nulla al mondo che il cagnolino amasse più della noce moscata. Subito deviò in quella direzione e trovò una bella torta ai mandarini cinesi messa a raffreddare su un ceppo. Mentre trotterellava verso casa con la pancia piena, cercò di rammentarsi i nomi delle giovani, ma ancora una volta li aveva dimenticati.

Così il cagnolino tornò di corsa alla capanna, e questa volta le due sorelle si stavano preparando per le nozze. E quando le sorelle si chiamarono per nome, il cagnolino si ficcò i loro nomi in testa e corse via a tutta velocità dal suo padrone. Ma il cagnolino fu colto di sorpresa da un estraneo tutto nero che sbucò dalle siepi e lo afferrò per la collottola e lo scosse così brutalmente che quasi gli cascava la coda. E lo straniero continuava a urlare: “Dimmi quei nomi! I nomi delle due giovani, così le vincerò”. Il cagnolino temeva di svenire, ma lottò coraggiosamente, alla fine morse il gigantesco straniero tra le dita, e i suoi dentini pungevano come vespe. Lo straniero si buttò tra i cespugli con il cagnolino che gli spenzolava dalla mano. Così lo straniero si diede alla fuga gemendo e lamentandosi. E il cagnolino, un po’ correndo e un po’ zoppicando, riprese la strada per raggiungere Manawee.

Sebbene sanguinasse e gli dolessero le mandibole i nomi delle giovani erano ben chiari nella sua mente. Manawee gli lavò le ferite e il cagnolino gli raccontò tutta la storia e gli disse i nomi delle due sorelle. Manawee corse dunque al villaggio delle giovani portandosi sulle spalle il cagnolino.

Quando Manawee arrivò dal padre con i nomi, le gemelle lo ricevettero vestite di tutto punto: non avevano mai smesso di aspettarlo.

manaweeSe le donne vogliono davvero farsi conoscere dagli uomini, devono indottrinarli nella conoscenza profonda. Alcune dicono di essere stanche, ma forse hanno cercato di insegnare a un uomo a cui non interessa affatto imparare.

La duplice natura delle donne. Per conquistare il cuore di una donna selvaggia un compagno deve comprenderne la naturale dualità. Qui si parla di due potenti forze femminili in una stessa donna. Per risolvere il mistero Manawee deve ricorrere al suo io istintuale – l’io-cane.
Un essere esterno e una creatura interiore. L’essere esterno vive alla luce del giorno ed è facile osservarlo, è spesso pragmatico, acculturato e molto umano. La creatura spesso sale in superficie arrivando da molto lontano, lasciando sempre dietro una sensazione. Quando un lato è più freddo, l’altro è più caldo; uno può essere solare, l’altro agrodolce e meditabondo.

Il potere dei due. Se una donna favorisce o nasconde troppo un lato, vive una vita mal equilibrata, che non le consente l’accesso al suo pieno potere. Occorre sviluppare entrambi i lati.
I due lati della natura duale, se tenuti insieme nella consapevolezza, hanno un potere tremendo e non possono essere spezzati.
Anche Manawee ha una duplice natura: la sua natura umana, sebbene dolce e affettuosa non basta per vincere. E’ la sua natura canina, istintuale, che ha la capacità di insinuarsi nelle vicinanze delle donne selvagge.

Il potere del nome. Manawee vuole sapere il nome delle sorelle non per impadronirsi del loro potere, ma per conquistare un suo potere pari a loro. Se siamo interessati a scoprire i nomi siamo sulla strada giusta. Le donne spesso desiderano follemente un compagno che continui a cercare di comprendere la loro natura profonda. La donna che trova un compagno così gli resta fedele e lo ama per tutta la vita.
Dice il padre: non puoi comprendere i misteri femminili solo ponendo domande. Devi darti da fare, faticare.

La tenace natura canina. I cani sono generatori di rapporto, è l’altro lato della natura dualistica maschile. E’ la natura capace di conoscere la natura selvaggia delle donne.

L’appetito seduttivo. Spesso ci si lascia distrarre da piaceri di vario genere e vi si resta intrappolati. Anche il cagnolino è distratto dai suoi appetiti. Le distrazioni dell’appetito interferiscono con il processo primario. E’ necessario trattenere la conoscenza nella consapevolezza senza farci distrarre, ricordare il vero compito. Nella psiche di ognuno ci sono elementi tortuosi, ingannevoli, deliziosi. Sono elementi anticonsapevolezza: prosperano mantenendo le cose oscure ed eccitanti.

La conquista della fierezza. La psiche sceglie la priorità e riesce a concentrarsi, ora è decisa. Ma ecco che una cosa nera d’improvviso assale il cagnolino, per lui il femminino è una proprietà da vincere e nulla più. Lo straniero può essere una creatura reale del mondo esterno o un complesso negativo interiore. Gli effetti devastanti sono gli stessi. Il cagnolino lotta per conservare i nomi. Mettere il potere nelle mani giuste è importante quanto trovare i nomi.

La donna interiore. Se una donna vuole un compagno sensibile deve rivelargli il segreto della dualità femminile. Deve parlargli della donna interiore, che insieme a sé fa due. Lo farà insegnando due domande che la faranno sentire guardata, ascoltata, conosciuta: “Che cosa vuoi?”, “Che cosa desidera il tuo io più profondo?”. Per amare una donna, il compagno deve amarne anche la natura selvaggia.. l’amante più prezioso è colui che desidera imparare. Se c’è una forza che alimenta la radice del dolore, quella è il rifiuto di apprendere ancora. Il buon compagno è colui che continua a tornare per capire e non si lascia scoraggiare.
Se un lato della natura duale femminile si può chiamare Vita, la sorella gemella della vita è una forza detta Morte. La donna selvaggia, l’amante selvaggio, sanno sopportarne la vista. E ne escono completamente trasformati.

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